| Circe coi trampoli |
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giovedì, maggio 05, 2005 *L’augellin belverde Italia, 1976, colore, 22’ Emanuele Luzzati e Giulio Gianini Genere: animazione // Animazione e regia di Luzzati e Gianini, adattamento di Tonino Conte, musiche di Oscar Prudente e Ivano Fossati: ventidue minuti di incantevole semplicità per uno dei piccoli tesori dell’animazione italiana – tra l’altro realizzato dalla geniale coppia, come la “Turandot” del 1975, esplicitamente per la talevisione italiana – che la RAI può permettersi di mandare in onda a dir poco in sordina, in un ritaglio premeridiano dedicato a generiche “storie per bambini” (per la precisione: RAI 3, sabato 2 aprile 2005, ore 12.25); non c’è che da complimentarsi, specie tenendo conto delle difficoltà di visione dei lavori di Luzzati-Gianini e della ritrosia dei produttori a farne edizioni per l’home video (cfr. recensione ad “Alì Babà e i quaranta ladroni”, 14 luglio 2003). Ma lasciamo alle spalle la tristezza per la disinvolta sciatteria della nostra Tv pubblica , e concentriamoci sul film. Carlo Gozzi, tra il 1761 e il 1765, scrisse e fece allestire a Venezia dieci “fiabe teatrali” col preciso intento di dimostrare come fosse possibile conquistare il pubblico dell’epoca utilizzando gli ormai superati procedimenti della Commedia all’Arte e storie costruite intorno al meraviglioso popolare: in netto contrasto con l’emergente realismo delle commedie di Carlo Goldoni e coi drammi lacrimosi di ispirazione francese, il cui successo egli riteneva segno evidente della decadenza dell’aristocrazia della sua città. Cercando di coniugare la spontaneità e l’ingenuità delle fonti fiabesche, e il vitale disordine provocato sulla scena dalle tecniche del lazzo e dell’improvvisazione, costruì così la propria ipotesi di teatro fantastico e satirico a un tempo, del quale proprio “L’augellin belverde” è uno dei risultati più compiuti. Va da sé che in un retroterra del genere Luzzati e Gianini non potevano che ritrovarsi più che a proprio agio: l’equilibrio tra comico e grottesco, l’omaggio dichiarato al teatro della Commedia dell’Arte e alla favolistica popolare, lo spirito iconografico naïf, l’artefatta scioltezza dell’evocativa bidimensionalità medievale degli scenari, insomma tutti gli elementi che hanno fatto del loro cinema uno dei più freschi e memorabili prodotti di ricerca nel campo dell’animazione, il testo di Gozzi era lì pronto ad accoglierli; e nonostante “L’augellin belverde” non sia in fondo tra i migliori film di Luzzati e Gianini, è sempre un grande piacere avere l’occasione di rivederlo. giovedì, marzo 24, 2005 *Fuga dalla scuola media (Welcome To The Dollhouse) USA, 1995, colore, 87’ Todd Solondz Genere: commedia Avvertimento preliminare: questo non è proprio un film da vedere insieme ai vostri bambini, a meno che i vostri bambini non siano molto smaliziati e abituati a parlare con voi in modo libero e onesto di cose anche piuttosto scabrose. Perché un conto sono i comportamenti e i discorsi dei bambini tra loro, comportamenti e discorsi dei quali come ben possiamo immaginare i lati più inquieti e intimi restano lontani dalle orecchie dei genitori; un conto sono le messe in scena di quelle inquietudini e di quelle intimità da parte di un adulto, con tutto lo sbilanciamento del punto di vista e il moralismo che ne conseguono. Per dirla meglio: è molto probabile che guardare Fuga dalla scuola media seduti accanto a figli e figlie possa ingenerare un discreto imbarazzo, a tutti, grandi e piccoli; perché è un film da cui viene fuori il lato più crudele dell’infanzia, che nel momento del trapasso tra infanzia e adolescenza non trova valvola mai abbastanza aperta per scaricare la pressione di quel che bolle dentro. Avete presente Matilda? Bene: Dawn, che è un po’ più grande, si trova in una posizione simile, ma peggiore, di quella dell’eroina di Roald Dahl. Ha una famiglia altrettanto idiota e una situazione scolastica altrettanto deprimente: solo che manca qualunque solidarietà dei suoi compagni (che anzi fanno a gara ad umiliarla), manca il rifugio di un grandiosa quanto accogliente biblioteca, manca il dono dei poteri paranormali da usare come risposta alle angherie del mondo, manca soprattutto una qualsiasi signorina Dolcemiele pronta a condividere il risarcimento di un tempo galantuomo. Insomma: un racconto crudele dell’adolescenza (per parafrasare il celebre titolo di Nagisa Oshima) al quale un senso di realismo inzuppato nell’humour nero ha tolto ogni possibile metafora di conforto. Non a caso l’unica pallida parvenza di consolazione Dawn la trova nell’imminente, tangibile segno di un passaggio di età che il puro e semplice trasloco dalle aule delle elementari a quelle delle medie non è riuscito a intercettare: il pulsare della pubertà, inevitabilmente frantumato nell’infruttuosa infatuazione per un rocker quindicenne, ripiegato verso le improbabili promesse di stupro di un burbero coetaneo. Salutare regresso ai nodi rimossi dell’infanzia, Fuga dalla scuola media è un film che vale la pena di vedere: e, lasciando perdere quello che ho scritto all’inizio, decidete poi voi se con o senza la complicità dei vostri giovanissimi compagni di cammino. Il film è stato editato in videocassetta da Lucky Red Home Video. Suggerimento di lettura a latere: Ignazio Senatore, Il cineforum del Dottor Freud, Torino, Centro Scientifico Editore, 2004; tra i vari percorsi filmografici, uno dedicato all’adolescenza ed uno ai bambini. sabato, gennaio 08, 2005 *Johan Padan a la descoverta de le Americhe
Italia, 2002, colore, 85’
Giulio Cingoli
Genere: animazione //
“Johan Padan è un personaggio che ritroviamo anche nella Commedia dell’Arte, chiamato in maniere diverse: Giovan, Giani, Zanni. Questo Johan è una specie di Ruzzante, più propriamente uno Zanni, maschera prototipo di Arlecchino che, nato a sua volta nelle valli di Brescia e di Bergamo, si ritrova, come vedremo, letteralmente proiettato nelle Indie, ingaggiato su una nave della quarta spedizione di Colombo”. Con queste parole Dario Fo introduce il suo testo teatrale, ispirato dall’idea di una scoperta dell’America “vista non dal castello di prua ma da sottocoperta, cioè da un disperato, un poveraccio, un pendaglio da forca”. Johan, in fuga dai guai in cui si va a cacciare, si ritrova imbarcato per sbaglio appunto per il Nuovo Mondo, dove conquista la fiducia degli Indios e insegna loro a ribellarsi alla violenza dei Conquistadores spagnoli. Il premio Nobel 1997 per la letteratura ha scritto questa storia avvalendosi di racconti di viaggio d’epoca di personaggi quasi sconosciuti: il giornale di bordo di un certo Caveza de Vaca, la cronaca del marinaio tedesco Hans Staten, quella del portoghese disertore Gonzalo Guerrier, i racconti del braccio destro e confidente di Colombo Michele da Cuneo. E l’ha scritta, e recitata, in una lingua di sintesi, un “papocchio lessicale” impastato di dialetti lombardo, veneto, catalano, castigliano, provenzale, portoghese, un idioma fittizio ma, chi ha sentito il drammaturgo varesino usarlo in scena lo sa bene, oltremodo espressivo e saporito.
Trasformato in soggetto, sceneggiato e dialogato dallo stesso Fo, questo testo è diventato film d’animazione per la direzione di Giulio Cingoli: un lungometraggio che ha sofferto difficoltà distributive e che, anche in fase di commercializzazione per l’home video, non ha avuto riscontri lusinghieri (nel giro di pochi mesi ha dimezzato due volte il prezzo di copertina). Gianni Rondolino nella sua “Storia del cinema d’animazione” ne ha scritto sciogliendo riserve che secondo me andavano invece mantenute: perché, nonostante il plot avventuroso, la qualità dell’animazione e delle scenografie, l’allineamento con le tendenze «multi-etniche» del disegno animato internazionale, il film non riesce minimamente a sganciarsi dal modello disneyano. Dati i presupposti la cosa è inaccettabile: c’è un bel soggetto, c’è un bravo animatore (Cingoli non è certo l’ultimo arrivato e ha il suo bel portfolio sperimentale alle spalle) e non si riesce a sfornare che la solita minestra riscaldata? Sorprende, a questo punto, che Dario Fo abbia accettato di consegnare il frutto della sua fantasia a un tale impoverimento, per di più collaborandovi. //
Meglio, quindi, goderselo altrimenti: cofanetto Einaudi contenente il testo integrale con traduzione a fronte e la registrazione della messa in scena al Teatro Lirico di Milano del 1992; edizione Giunti, sempre in doppia versione, corredata dai disegni di Fo.
venerdì, gennaio 07, 2005 *Promises – Promesse (Promises)
USA/Pal/Isr, 2002, colore, 105’
Justine Shapiro, B.Z. Golberg, Carlos Bolado
Genere: documentario
Promesse, ovvero: delle barriere e del come superarle. Comprese quelle della nostra comprensione dei problemi, ostacolata dal diluvio di un’informazione sempre uguale a sé stessa, che a forza di mostraci per “dovere di cronaca” autobus sventrati e morti per le strade – e di invaderci il pensiero con le chiacchiere autoreferenziali dei cosiddetti “approfondimenti” televisivi – ci sta sprofondando nel limbo dell’abitudine. Questo documentario – nominato all’Oscar nel 2002 – è un piccolo antidoto allo sdegno di routine: ci racconta volti e voci, gesti quotidiani, e ci fa capire un sacco di cose; anche perché volti, voci, gesti sono quelli di bambini e bambine, che non vediamo nella solita versione delle vittime predestinate, ma in quella provocatoria (nel senso etimologico, di chiamar fuori, fuori dai nostri pigri schemi mentali) di persone che quando gli si dà retta sanno benissimo farsi ascoltare.
Ecco che capiamo, per esempio, la differenza tra due “normalità”: sia i bambini israeliani che quelli palestinesi (si, è di loro che si sta parlando) sono costretti a una quotidianità condizionata; ma i primi, pur nella paura continua degli attentati, non stanno tra le macerie, non hanno i genitori in prigione (senza accuse e senza processo), non devono fare file tutti i giorni ai posti di blocco come i secondi. Già: però ci sono anche i bambini israeliani che abitano negli insediamenti, cioè di fatto dentro a immensi recinti protetti giorno a notte dall’esercito; e ci sono anche i bambini arabi che abitano a Gerusalemme e sono “liberi” come i loro coetanei ebrei. Capiamo che, se quella israelo-palestinese non è una guerra di religione, la religione però fa la sua bella parte nell’inculcare ai bambini verità assolute che certo non aiutano a capire quelle relative degli altri. Capiamo che, in condizioni estreme, la ricerca e l’affermazione dell’identità diventano un’ossessione e permeano ogni aspetto della vita. E via dicendo.
Poi accade un miracolo, un miracolo piccolo, di quelli che non saliranno mai agli onori della cronaca: un caso, un’idea buttata là quasi per scherzo, e sette dei bambini e bambine di cui abbiamo fin qui seguito le storie parallele si incontrano. Due gemelli israeliani vanno nei territori occupati a condividere una giornata con cinque omologhi palestinesi: come è ovvio si conoscono, giocano e mangiano insieme, parlano con libertà dei loro rispettivi problemi e delle loro legittime aspirazioni. Tutto qui. Tutto qui? Due anni dopo i registi tornano per vedere come è andata a finire: gli amici non si sono più potuti incontrare, tutti sono presi dai loro piccoli problemi personali anche se continuano a pensare al futuro, tutti si rammaricano che non esista la volontà superiore necessaria perché tanti piccoli semi vengano seminati (ma soprattutto vengano messi nelle condizioni di germogliare). Tutti diventeranno adulti con una speranza cicatrizzata dentro al cuore, che, forse, è peggio della disperazione.
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domenica, gennaio 02, 2005 *Il popolo migratore (Le peuple migrateur)
Francia, 2001, colore, 98’ Jacques Perrin Genere: documentario “Il popolo migratore” è un film che ti fa scagliare il sasso e poi nascondere la mano: nel senso che dopo cinque minuti grideresti al capolavoro, se la bocca non fosse in paresi dallo stupore, ma proseguendo nella visione e arrivato alla fine ti convinci che, nel caso, avresti sicuramente esagerato. Il film è bello: è troppo bello, questo è il problema. Il paragone con “Microcosmos – Il popolo dell’erba” viene inevitabile: la scommessa di base dei due film è la stessa, quella di rendere la natura la più fotogenica, e allo stesso tempo la più intima, possibile. Là era in qualche modo più semplice: si trattava di avvicinare un mondo oggettivamente misterioso e invisibile, di stemperare con lo spettacolo di una di bellezza intrinseca e impalpabile la repulsione, o quantomeno la diffidenza, che la maggior parte degli insetti procura alla maggior parte degli esseri umani; e, al di là delle ovvie difficoltà tecniche, il compito era alleggerito da una sorta di auto-ironia che i piccoli abitanti dei prati sembrano possedere (e infatti Paolo Mereghetti parlò di Microcosmos come di una “comédie humaine entomologica”). Ne “Il popolo migratore” la macchina da presa che vola insieme agli uccelli, talvolta affiancandoli a un fiato talvolta in soggettiva, che plana e si impenna, decolla e atterra, sembra, più che documentare, voler entrare in un segreto: il quale peraltro, quando appaiono in didascalia le rotte delle varie specie migratorie con tanto di chilometraggio, o quando i pochi commenti della voce fuori campo accennano ai misteriosi punti di riferimento che orientano i volatili nei loro viaggi, si rivela per com’è; inviolabile. L’effetto del lusso della confezione e dei prodigi tecnici è in definitiva quello di fare un passo avanti e due indietro nella pretesa di una confidenza probabilmente eccessiva, che la natura non è disposta a concedere: e quando le macchine da presa corrono nell’aria dentro gli stormi, mimetizzate con gli uccelli, la sensazione non è di complicità ma di disagio. Vien da pensare che in fondo Richard Bach col suo Jonathan Livingston o Saint-Exupéry con le sue cronache di pilota erano riusciti a farci sognare col solo ausilio della poesia: e che, forse, non sempre una tecnica e un impegno epici sono all’altezza della forza elementare di un’epica. RAI 3, che ha mandato in onda in prima visione il film sabato 1 gennaio 2005, la settimana precedente ha trasmesso uno speciale “Dietro le quinte” di cinquanta minuti che mi rammaricavo di non essere riuscito a registrare: a questo punto, forse, me ne rammarico meno. *Sim Sala Bim (A-Haunting We Will Go)
USA, 1942, b/n, 67’ Alfred Werker Genere: comico Nel 1940 termina un periodo d’oro per Oliver Hardy e Stan Laurel: Hal Roach, il produttore che ha inventato la coppia dopo aver visto all’opera il talento dei singoli sin dagli anni Dieci del Novecento, abbandona il cinema comico (che peraltro, nelle forme da egli stesso portate alla gloria, conosce una certa crisi di mercato) per abbracciare quello di propaganda e di impegno sociale. Il leggendario contratto, che in circa quattordici anni ha sfornato decine di comiche e un grappolo di lungometraggi tra cui si annoverano alcuni piccoli capolavori, si scioglie e Stan e Ollie si vedono costretti ad accettare quel che passa il convento; ovvero a lavorare come “semplici attori”, star dalle quali mungere il massimo profitto possibile, là dove nella factory di Roach erano di fatto veri e propri “autori” di quella commedia slow-burn che aveva rivoluzionato tempi e modi della comicità cinematografica. In “Sim Sala Bim”, un film molto poco passato in Tv, possiamo vedere i risultati di tutto questo: incaricati di condurre a destinazione una bara nella quale si nasconde un evaso, i nostri eroi riescono a farla scambiare con un’altra identica che fa parte dell’attrezzario del mago Dante, e a farla finire in teatro: dove ne seguiranno le peripezie, dato che l’illusionista li ha assunti come collaboratori di scena per il suo show. Nonostante i presupposti per scatenare la spirale degli equivoci ci siano tutti, il film non funziona in nulla: il plot arranca, le gag sono stanchissime, e i due mattatori eseguono il loro compitino senza verve e partecipazione. Ed è davvero triste pensare che, pochissimi anni prima, essi ancora brillavano di luce propria in film memorabili come “I fanciulli del west” (1937) o “Noi siamo le colonne” (1940). Ciò fa parte della storia del cinema, spesso ingrata coi suoi protagonisti: a noi qui interessa soprattutto il fatto che ci si offre un’idea – certo approssimativa – di cosa succedeva sui palcoscenici calcati da Dante (Harry August Jansen, 1883-1955), uno dei massimi protagonisti delle vicende dell’illusionismo tra le due guerre mondiali: “Sim Sala Bim” è appunto il titolo dello spettacolo col quale egli ha per primo trasformato una serata di prestigi in una rivista musicale; il tedesco Kalanag lo riprenderà alla fine degli anni Quaranta per denominare le proprie esibizioni, altrettanto ispirate al teatro di varietà; e il nostro Silvan, a testimonianza di una grandissima ammirazione, ne farà la formula magica per i suoi spettacoli. Dante ha interpretato un altro film come protagonista assoluto, “Racket busters”, a quanto mi risulta inedito in Italia. sabato, dicembre 25, 2004 *I fratelli Dinamite
Italia, 1949, colore, 87’ Nino Pagot Genere: animazione “I fratelli Dinamite” della premiata ditta Nino e Toni Pagot si contende con “La rosa di Bagdad” di Anton Gino Domeneghini (già recensito in queste pagine: 16 novembre 2003) il titolo di primo lungometraggio italiano di animazione: in realtà entrambi i film furono presentati al Festival di Venezia del 1949, ma quello dei Pagot ebbe il vantaggio di scintillare nel suo Technicolor proprio nel giorno di apertura. Poi, dopo qualche passaggio nelle sale nei mesi successivi, è caduto nell’oblio: la via italiana all’animazione, come si sa, doveva passare per altre strade, quelle del cortometraggio pubblicitario (che accolse i Pagot come tanti altri nostri valenti cartoonist) in special modo, prima di riapprodare al grande schermo con Bruno Bozzetto soltanto lustri dopo. Per fortuna un paio di copie su supporto al nitrato sono state gelosamente conservate dagli eredi di Nino e Toni insieme a qualcosa come oltre tremila titoli in pellicola a 35 mm., confezionati dai due grandi animatori tra gli anni Quaranta e gli anni Settanta del Novecento: il tutto ha stuzzicato il sacrosanto orgoglio della Cineteca Italiana, che ha deciso di lanciarsi in un progetto “impegnativo, ciclopico ma, crediamo, irrinunciabile” di recupero e salvaguardia di “un lotto filmico fondamentale per una ricostruzione storica dell’animazione italiana (e non solo)”; progetto di cui la digitalizzazione integrale, la rimasterizzazione della colonna sonora, e il riversamento nuovamente su pellicola di “I fratelli Dinamite” non è che la prima tappa. La Mostra Internazionale del Cinema di Venezia del 2004 ha riconsegnato agli spettatori questo film prosaicamente “perduto”, e due iniziative editoriali (vedi sotto) hanno degnamente accompagnato l’evento. Onorato il dovere di cronaca, resta da dire del film che, pur stilisticamente differente dal citato coetaneo, ne condivide i modesti risultati: “I fratelli Dinamite paiono più sganciati dalle formule hollywoodiane, sia nel segno che nel racconto”, scrive Gianni Rondolino, ma non riescono a sollevarsi dal merito del lodevole impegno. Una nota a latere: Carlo Ridolfi, nel suo corso di formazione “Piccola storia del cinema di animazione in Italia. Dalle origini a Totò Sapore”, colloca i Dinamite a chiusura delle “origini” e la favola di ispirazione Mille e una notte di Domeneghini ad apertura del secondo dopoguerra: strano, perché sembrano invece proprio i Pagot a rappresentare un possibile segno di continuità, attivi nella pubblicità prima – nel cinema – e dopo – nella televisione di Carosello – il loro peraltro unico esperimento di lungo respiro. “I fratelli Dinamite. Una storia molto animata” (a cura di Roberto Della Torre e Marco Pagot), Milano, Editrice Il Castoro, 2004; “I fratelli Dinamite” (libretto per bambini + DVD in cofanetto), idem. *Canto di Natale di Topolino (Mickey’s Christmas Carol)
USA, 1974, colore, 25’ Burny Mattinson Genere: animazione Dei trattamenti Disney del racconto di Dickens i palinsensti televisivi festivi offrono sempre questo corto, piuttosto che il mediometraggio di cinquanta minuti che dieci anni dopo lo “ingrasserà”, sempre per la direzione di Mattinson: poco male, la sintesi non nuoce affatto al plot – del resto, come si sa, essenziale. La carta vincente di questo filmino è l’adattamento dei personaggi letterari ai cartoon disneyani: perfetto, la sovrapposizione tra l’humor soffuso della novella e i caratteri delle creazioni storiche di casa Walt non fa una grinza. Bob Cratchit è naturalmente Topolino che, nella sua migliore tradizione, quando le esigenze di copione lo richiedono non esita a mettere da parte l’innato protagonismo e a farsi umile comprimario. Altrettanto naturalmente Scrooge è interpretato da Paperone, la cui misantropia fa tutt’uno con quella del vecchio Ebenizer (viene da pensare come mai ci siano voluti quasi trent’anni perché il riccone di Paperopoli, approdato alle strip nel 1947, nel 1968 al cinema – dove peraltro apparirà con parsimonia degna del suo lignaggio - riuscisse a vestire i panni di colui che gli ha dato il nome, appunto Scrooge McDuck). Pippo nei panni del fantasma di Marley è esilarante: soltanto lui poteva dar … corpo a un simulacro etereo che, anche se sa come attraversare muri e porte, non riesce a non scivolare sul bastone del suo ex socio e ad inciampare su un gradino sconnesso ruzzolando per la scala. Gli spiriti: quello del Natale passato è il delizioso Jiminy Cricket, il grillo parlante di “Pinocchio”, che si auto-cita ironicamente mostrando una medaglia da “spirito ufficiale” come quella che lo investiva del ruolo di coscienza del burattino nel suo esordio sullo schermo; quello del Natale presente è il gigante farfuglione e di buon appetito di “Topolino e il fagiolo magico”; da sotto il “mantello nerissimo che lasciava scorgere solo una mano protesa in avanti” del terzo spirito spunta il faccione di Pietro Gambadilegno (infatti la mano impugna un bel sigarone acceso). Per il resto occorre ricordare una scenografia curata come sempre e un’animazione forse meno pignola del solito (ma comunque precisa), a insaporire uno spettacolo più che gradevole. Walt Disney Home Video ha editato in cassetta la versione lunga del film, ma non questa breve (almeno a quanto mi risulta: ma ci sono purtroppo in circolazione fonti approssimative che scambiano un film con l’altro). Mondadori ha pubblicato nel 1983 il libretto a fumetti nella collana “Le pietre preziose”. posted by rodisio |
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venerdì, dicembre 24, 2004 Il mago Houdini (Houdini)
USA, 1953, colore, 106’ George Marshall Genere: biografico Questo è forse il più celebre film in tema di illusionismo, dedicato del resto a colui che nel comune sentire è stato per molto tempo l’illusionista per eccellenza, l’icona universale della magia: a dire il vero, io dovrei confessare che Ehrich Weiss, in arte Harry Houdini in onore al prestigiatore francese Robert Houdin (Jean Eugène Robert, 1805-1871), non mi ha mai entusiasmato più di tanto. E d’altra parte, per i suoi stessi colleghi contemporanei, come prestigiatore propriamente detto Houdini non è stato una cima: è grazie alla sua specialità, l’escapolgismo (cioè l’arte dell’evasione, nella quale invece fu assolutamente insuperabile) che egli è entrato meritatamente nella leggenda. Per quanto riguarda il film, caso vuole che qualche giorno fa sia riuscito a incorporarlo nella mia cineteca, e rivederlo a distanza da una messe d’anni dalla prima volta è stata una discreta delusione. Che si trattasse di una biografia “altamente romanzata” – come scrive Massimo Polidoro nel suo L’illusionimo (Milano, Sugarco Edizioni, 1995) – lo sapevo: molte concessioni ai canoni del cinema hollywoodiano di intrattenimento dell’epoca, una certa sommarietà drammaturgica, e soprattutto un uso strumentale di due episodi apocrifi, mai accaduti al vero Houdini; uno, quello dell’evasione da un baule immerso nel fiume Hudson gelato, che il mago compì in extremis “sentendo” la voce della madre che lo chiamava in punto di morte (in realtà il fiume non era ghiacciato, la madre era in salute, e il mago si liberò da una legatura a una barca); l’altro, quello della morte in palcoscenico durante il famoso numero della Pagoda della Tortura Cinese (invece Houdini morì in ospedale per una peritonite dovuta a un pugno nello stomaco, e non per quell’esperimento che peraltro eseguiva con successo già da anni). Non è tuttavia questo a tradire le aspettative, ma la rinuncia ad approfondire aspetti interessanti, e talvolta inquietanti, del personaggio: come l’attaccamento quasi morboso alla madre, l’amicizia con Conan Doyle e Lovecraft, i retroscena un po’ sado-masochistici della passione per le fughe, il mecenatismo per colleghi sfortunati, le esperienze cinematografiche come produttore, attore e persino regista. Opportunità delle quali con maggior audacia si sarebbe potuto fare tesoro. Due libri interessanti, ma da tempo introvabili in commercio: una raccolta di testi di Walter Gibson, scrittore e prestigiatore semi-professionista (tra l’altro ghost-writer per diversi illusionisti famosi), Houdini il mago, Milano, Editoriale Corno, 1977; un saggio di analisi del profondo a distanza compiuto su Houdini dallo psicoanalista americano Bernard C. Meyer, Houdini una mente in catene, Milano, SIAD Edizioni, 1977. La biografia più completa disponibile in Italia è quella di Massimo Polidoro, Il grande Houdini, Casale Monferrato (AL), Piemme, 2001. posted by rodisio |
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giovedì, dicembre 16, 2004 *Il gigante di ferro (The Iron Giant)
USA, 1999, colore, 86’ Brad Bird Genere: animazione Un po’ di “Ultimatum alla terra” (è il primo film del tipo: paranoia americana anni Cinquanta per invasioni straniere e/o aliene, che viene in mente sin dalle prime sequenze), un po’ – un bel po’ – di “E.T. l’extra-terrestre” (l’innesco drammaturgico ha la stessa dinamica), affettuose citazioni (i “cobra” elettronici dei dischi volanti de “La guerra dei mondi”), persino una spolveratina di nippo-cartoon (quando il gigante di ferro deve difendersi tira fuori armi da ogni parte del corpo, come Atlas Ufo Robot): è il mix di questo snobbatissimo film di animazione, narrante le avventure sulla terra di un immenso robot proveniente dallo spazio, che la Warner Bros ha mandato nelle sale in sordina, e che ha pagato probabilmente un’ammirevole sobrietà in tempi di fregole digitali. Le qualità non possono passare inosservate: disegno e animazione sono curati, gli ammiccamenti cinefili non sono pretenziosi e non infastidiscono, le gag sono precise e divertenti, la morale è sì ovvia ma apprezzabile (“con i tempi che corrono” parlare della paura costruita solo sul pregiudizio “è una specie di messaggio rivoluzionario”, ha addirittura scritto Paolo Mereghetti). Secondo me però l’aspetto più interessante del film, e quello che lo avvicina maggiormente alla sensibilità di bimbi e bimbe, è l’ironia della situazione: un robot di trenta metri, dotato di armi sofisticate e potenti, che per merenda addenta i pali della luce e le rotaie della ferrovia, in grado di imparare in fretta a comunicare con gli umani, capace come si vedrà anche di sentimenti, insomma un essere formidabile, si trova a dover dipendere in tutto e per tutto da un ragazzino, l’unico insieme ad uno scultore bohémien a non cadere nella trappola del pregiudizio. Ecco quindi che il gigante di ferro diviene lo specchio fedele di un’infanzia inquieta che raramente trova nel mondo adulto ciò di cui ha bisogno: “è proprio come un bambino piccolo”, dice con sufficienza il ragazzino protagonista davanti agli impacci dell’amico metallico, che pur non può ogni volta mancare di lasciarlo a bocca aperta per la sua mole e la sua, nonostante tutto, eleganza. Del resto vale la pena di ricordare che il film è ispirato a un libro di quel Ted Hughes che, grande poeta, ha più volte affilato la sua penna su racconti per bambini di schietta efficacia. La Warner ha cercato di rimediare il flop cinematografico editando il film quasi subito per l’home video; è disponibile anche in DVD. In televisione “Il gigante di ferro” è arrivato nel periodo prenatalizio 2004. Testi per bambini di Hughes sono pubblicati da Mondadori. |